Rifugio Stivo, ecco com’è andata.

Sabato 2 e domenica 3 Febbraio siamo andati come ogni anno a fare trekking sulla neve.
Quest’anno anziché andare alla malga bassa di Menas in Val di Sole, abbiamo preferito trovare un posto alternativo, e dopo una settimana passata a cercare su internet, eccolo, il rifugio Stivo a 2012 m.

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Questo rifugio si trova sul monte Stivo a nord est del lago di Garda nel Trentino meridionale, ed è raggiungibile solo mediante il sentiero n°608, che parte da Santa Barbara, frazione di Ronzo Chienis, e s’inerpica ripido e sinuoso su per il monte Stivo, per raggiungere il rifugio omonimo, gestito da Roberto e Renata.
A questo week end, svoltosi all’insegna del trekking, della neve e del divertimento, hanno partecipato quasi tutti i pezzi migliori del prextreme.com, tranne due figure ormai mitologiche in ambito montano e non, Denny e Danilo che per motivi vari hanno dovuto rinunciare a questo attesissimo appuntamento.
Bombo, Massi, Bonvi, Pozzi, Zobboli, Laganà ed io, invece, alle prime luci di sabato due febbraio, eravamo già in viaggio sulla A22 in direzione Brennero, per raggiungere le alpi meridionali che da lì a poco sarebbero state teatro del nostro fine settimana.
Arrivati a Santa Barbara abbiamo parcheggiato le macchine praticamente in un campo innevato e dopo aver pranzato con dei gustosissimi panini farciti con lardo di colonnata e formaggio, ci siamo incamminati lungo il famigerato sentiero n°608, che da subito ci si è presentato abbastanza ripido e completamente innevato.
Abbiamo tenuto fin dall’inizio un’andatura moderata, consci del fatto che l’ascesa sarebbe stata lunga e il nostro allenamento praticamente nullo.
Quest’anno con il fatto che il rifugio era gestito e non in stile survival come gli altri anni, abbiamo potuto viaggiare con gli zaini leggeri, senza doverci caricare sulle spalle, materassini, lampade a gas, cibo, acqua e tutto il necessario per alloggiare per due giorni in un posto privo di tutto, dotato solo di caminetto.
Siamo partiti con la convinzione che quest’anno sarebbe stata una scampagnata, una cosa da ragazzini e invece… la salita verso il rifugio è stata veramente dura, ma soprattutto avventurosa, perché abbiamo dovuto affrontare proprio verso la fine pendenze notevoli, e per quasi tutto il tragitto siamo stati immersi in una nebbia così fitta, che non si distingueva dove finiva la neve ed iniziasse la nebbia.
Durante le nostre innumerevoli pause per riprendere fiato, abbiamo incontrato almeno in tre occasioni degli sciatori, che si fermavano da noi per chiederci se eravamo i bolognesi, comunicarci che più su verso la cima la nebbia peggiorava, o per dirci che al rifugio non mancava molto e ci stavano aspettando.
Morale della favola, abbiamo impiegato quasi quattro ore per arrivare al rifugio, e l’ultimo tratto ci ha letteralmente prosciugato tutte le energie, nonostante che a metà strada avessimo fatto merenda con due salamini, vini nero e formaggio.
Una volta arrivati al rifugio il premio più grande ce l’ha dato la natura, il vento ha spazzato via la nebbia, regalandoci un panorama mozzafiato, con un tramonto rosso che contrastava con le cime innevate e il lago di Garda a valle, che rifletteva le prime luci della sera come se fosse un immenso presepe.

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Dentro al rifugio, dopo aver posato gli zaini, ci siamo riscaldati con vin brulè, brulè di mela e recuperato gli zuccheri persi con un’eccezionale crostata di mirtilli fatta in casa, ovviamente tutti attorno alla gigantesca stufa a legna che riscaldava l’ambiente.
Le ore che precedevano la cena le abbiamo trascorse tra foto ricordo, chiacchiere con Roberto il gestore, partita a carte e i più temerari hanno sfidato i dieci gradi sotto zero per realizzare un pupazzo di neve che si è poi trasformato in un mostro che sembrava Giabba di guerre stellari.
Poco dopo passate le sette di sera è arrivato il momento più atteso della giornata, la tanto aspettata cena in completo stile montanaro, con tanto di zuppa calda con verdura e legumi, polenta con spezzatino di selvaggina e formaggio fuso tutto annaffiato da un buon rosso sincero.
Durante la cena non sono mancate le visite al rifugio di escursionisti più intrepidi di noi, che venivano fin lì solo per un the, o per una romantica cenetta in alta quota dopo una lunga ciaspolata al chiaro di luna.
La fortuna ha voluto che al rifugio, Roberto grande fan dei Nomadi, avesse una chitarra, quindi senza troppi complimenti, ci siamo cimentati nel nostro più classico repertorio di canzoni paesane e non, delle quali, almeno la metà non terminate, ma troncate di netto, quando non ci ricordavamo più la musica o le parole.
Dopo una giornata di sport, giochi e cibo è arrivata anche l’ora della nanna, eravamo tutti e sette sistemati in una cameretta riscaldata a stento da una stufina elettrica, che per quanto si sforzasse, faceva fatica a mantenere i circa quindici gradi che il mio termometro, poco affidabile segnava.
I letti categoricamente a castello erano comodi, ma nonostante tutto, il sonno era turbato da un concerto in sol maggiore di alcuni russatori, che ben in sintonia sfornavano sinfonie degne delle migliori segherie del Trentino alto Adige.
La domenica mattina, ci siamo alzati un pò tardi per i nostri standard durante le gite in malga, perdendoci quella spettacolare immagine da cartolina che doveva essere l’alba vista da duemila metri. Ma la colazione abbondante a base di pane, burro e marmellata ha subito saputo distrarci dal’alba mancata.

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Il week end, ormai al giro di boa, era tutto in discesa e stavolta nel vero senso della parola, perché il sentiero che avevamo faticosamente affrontato tra nebbia e sudore il giorno prima, ora ci aspettava ripido ma completamente soleggiato. La discesa è stata divertentissima, perché, mentre tutti tornavano a valle con sci, snow board o ciaspole, noi avevamo in dotazione dei rudimentali pezzi di pluribal, quei nailon con le bollicine che si usano per gli imballaggi e delle specie di padelle di plastica, che messe sotto al sedere ci hanno permesso di percorrere tratti lunghissimi scivolando sulla neve, suscitando l’ilarità dei più tecnici sciatori che stavano andando verso il rifugio e stimolato la curiosità di alcuni cani, che stavano seguendo i loro padroni in marcia verso il crinale.

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La nostra avventura al monte Stivo è terminata con un pranzo un po’ inaspettato, perché per la paura di trovare tutti i ristoranti chiusi visto che il primo pomeriggio incombeva, siamo entrati nel primo che abbiamo incontrato, e non era proprio la tipica taverna di montagna, ma un fine ristorante con menù ben poco in tema con la cena della sera prima e le nostre aspettative.
In ogni caso il divertimento non c’è mancato e quest’avventura ci rimarrà sicuramente come marchiata a fuoco nei nostri ricordi.

4 Commenti a “Rifugio Stivo, ecco com’è andata.”

  1. Denny scrive:

    Racconto entusiasmante e avvincente come sempre. Bravo Rommy!

  2. Denny scrive:

    Cosa mi sono perso !!!
    Mi è dispiscuito non condividere con voi quest’avventura. Ma mi rifarò…
    A presto

  3. Six scrive:

    :) ahahahah continuo a ridere dopo i video ho letto la recensione troppo esilarante Rommy, avrei voluto esserci, uahahaha ora capisco perchè Laganà era così stravolto… bellissima esperienza bravi ragazzi!

  4. Rommy scrive:

    Grande Six!!!
    E’ un piacere sapere che ci segui sempre anche dal’Inghilterra.
    Io aspetto sempre la tua partecipazione alle nostre uscite in trekking bianco e magari con il tuo ragazzo che vista la scorza sarebbe venuto senza giacca anzi con le maniche corte arrotolate.
    Dai fate in modo di esserci almeno in trentino, magari con un equipaggio by GB.
    Un bacio e a presto.

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